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Violenza antifascista

di Ilaria Telesca


Ribellarsi al sistema è un atto generazionale.

É insito nell’uomo provare rabbia, rancore, coraggio e scegliere di manifestare il proprio dissenso.


Saremmo un popolo di automi se fossimo tutti d’accordo l’uno con l’altro. L’omologazione l’abbiamo sempre combattuta; la cosiddetta teoria del medesimo che distrugge l’uguaglianza sana, quella fondata sulla patria e sull’identità.


Durante gli Anni di Piombo l’ideologia ha sopraffatto il senso di ribellione, lo ha inglobato e lo ha svuotato della sua importanza. Ha trasformato la lotta politica in guerriglia urbana, portando ragazzi e ragazze della nostra età a colpire a morte un proprio coetaneo, spesso senza neanche conoscerne il motivo.


Noi siamo nati in un tempo in cui questi avvenimenti possiamo studiarli e comprenderli; un tempo in cui, fortunatamente, non usciamo la mattina con la possibilità di non tornare a casa la sera.

O almeno, così credevamo.


Questa settimana abbiamo avuto l’ulteriore conferma di una situazione che ribadiamo purtroppo da diverso tempo. C’è una frangia di quegli Anni di Piombo – o anche precedente a quel periodo, in realtà – che non ha mai smesso di organizzarsi.


Dobbiamo cominciare a chiamare le cose con il proprio nome, senza dare appellativi che non appartengono a queste categorie. Non sono fascisti, non sono solo delinquenti, non sono solo “cellule impazzite”.

Sono antifascisti militanti, non dei semplici improvvisati; hanno un’organizzazione ben strutturata, tipica dei violenti gruppi eversivi, che affonda le proprie radici nel passato e che, col tempo, si perfeziona.


A Torino, sabato, le piazze erano piene di 50.000 persone che stavano manifestando – che si possa essere d’accordo o meno - il proprio dissenso pacificamente. C’erano famiglie, anziani, bambini, studenti e lavoratori. Stavano protestando per un luogo a cui forse erano affezionati, ma che nasconde molto altro dietro la maschera di semplice spazio di aggregazione.


Nel Centro Sociale Askatasuna si sono sviluppati movimenti protagonisti di diverse violenze, culminate sabato stesso con l’aggressione contro un singolo poliziotto (codardi, aggiungerei, perché accerchiare e martellare un ragazzo di 29 anni che, quindi, perde la possibilità di difendersi è un atto estremamente vile).


Sono mesi che vediamo le città italiane spaventate da questi cortei, che cominciano con rose, fiori e bandiere della pace, per poi finire con distruzione di negozi, devastazione di strade e uomini e donne in ospedale.


Questa settimana abbiamo anche potuto assistere all’altra faccia di questa medaglia antifascista, quella parte che non si sporca le mani di sangue ma che, nelle istituzioni politiche e sociali, giustifica culturalmente quest’assetto.

La sinistra parlamentare ha occupato la Camera, bloccando così la presentazione di una legge di iniziativa popolare che, come tale, raggiunto il quorum avrebbe poi dovuto seguire l’iter democratico di approvazione o di rigetto, così come previsto dalla stessa Costituzione.

Questo quorum, ad oggi, è stato raggiunto proprio grazie alla propaganda fatta da questo gesto circense di una parte politica che si riempie la bocca di democrazia, libertà e di amore per la Costituzione, dimenticandosene quando la priorità diventa escludere il nemico dal dibattito pubblico e isolarlo ancor prima di avere un confronto.


Anche con Askatasuna è successo un simile cortocircuito: l’atto violento dei militanti antifascisti ha sminuito così tanto la causa portata avanti dal resto del corteo da confermare ancor più la doverosa chiusura del Centro Sociale.


Questa struttura eversiva non può più essere tollerata. E i partiti, le istituzioni e tutti gli organi che hanno impatto sul futuro della nostra Nazione e delle generazioni a venire devono prenderne le distanze, non solo sui social in occasione di eventi di fatto troppo violenti per poter essere ignorati, ma cominciando a dar voce alla giustizia e alla verità. E quella stampa che costruisce e diffonde dossieraggi per mero scopo politico dovrebbe, invece, cominciare a interrogarsi anche su queste organizzazioni, cercando di costruire un’informazione vera e libera.


 
 
 

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