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Acca Larentia, il coraggio che vive in eterno

di Enrico Pellegrini


La strada era fredda, il cielo basso e grigio, e il vento tagliava il volto come un avvertimento silenzioso. Dentro la sezione del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larentia, cinque ragazzi ridevano, parlavano dei loro progetti, dei volantini per il concerto degli Amici del Vento. Tutto sembrava normale, quotidiano, innocuo. Ma all’improvviso il mondo esplose in una scarica di proiettili: il fragore delle armi automatiche ruppe l’aria gelida, e in un istante ogni respiro, ogni battito, ogni certezza fu strappato via. E tu eri lì con loro, senti il sangue correre freddo, la sorpresa, la paura che ti paralizza, e la consapevolezza che niente sarebbe più stato come prima.


Franco Bigonzetti, ventenne iscritto a Medicina e Chirurgia, aprì per primo la porta blindata. Alle sue spalle c’erano Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino e Francesco Ciavatta. Poi i colpi li raggiunsero: Franco cadde crivellato, il sangue mescolato alla polvere della strada. Francesco Ciavatta, diciottenne, cercò di scappare lungo la scalinata laterale, ma fu colpito nuovamente e morì in ambulanza. Vincenzo, ferito al braccio, riuscì a rientrare con Maurizio e Giuseppe: chiusero disperatamente la porta blindata, salvandosi e portando con sé il peso del terrore e della perdita.


Nelle ore successive, la notizia si diffuse tra i militanti missini. Una folla si radunò spontaneamente per un sit-in sul luogo della tragedia. La tensione esplose: tafferugli e scontri con le forze dell’ordine portarono a cariche e lacrimogeni, danneggiando apparecchiature giornalistiche e colpendo anche l’allora segretario del Fronte della Gioventù Gianfranco Fini. Durante quegli scontri, Stefano Recchioni, militante di Colle Oppio e chitarrista del gruppo Janus, fu colpito e morì due giorni dopo, lasciando una nuova ferita aperta nella comunità.


Quella sera, via Acca Larentia non era più solo una strada di Roma: era il teatro del coraggio di cinque ragazzi che avevano deciso di vivere secondo le proprie convinzioni, di difendere la comunità e i loro ideali. Non erano eroi armati, ma ragazzi con sogni e progetti, vite spezzate in modo incomprensibile. Franco, Francesco e Stefano rappresentano oggi la memoria viva di quella generazione, testimonianza che coraggio e passione politica hanno un prezzo, ma anche una dignità eterna.


Roma, negli anni ’70, era una città di contrasti e tensioni. La politica era vissuta tra passioni estreme, strade e piazze come palcoscenici di scontri quotidiani. I giovani militanti missini si ritrovavano nelle sezioni, negli incontri, nei concerti: luoghi di confronto, di formazione e di appartenenza. L’attacco di via Acca Larentia colpì non solo i corpi dei ragazzi, ma l’anima di un’intera comunità: la sensazione che il pericolo potesse arrivare ovunque, che il semplice gesto di aprire una porta blindata potesse costare la vita.


Ricordare quei ragazzi significa entrare in quel momento, sentire il terrore e la determinazione, capire l’amicizia e la fraternità che li legava. Significa ricordare Vincenzo, Maurizio e Giuseppe, che si salvarono chiudendo la porta blindata, e riconoscere la forza di chi rimase e lottò per proteggere i compagni. Significa ricordare i volti di Franco, Francesco e Stefano, i loro sogni, le loro passioni e il prezzo pagato per la loro lealtà.


Oggi, ogni 7 gennaio, la memoria di Acca Larentia si rinnova. Non è un tributo alla violenza, ma un omaggio alla vita interrotta, alla passione dei giovani che non si piegarono davanti al pericolo. La loro storia ci invita a riflettere sul valore della memoria, sulla responsabilità di custodire il ricordo dei caduti e sulla necessità di vivere con coraggio e determinazione, onorando chi ha dato tutto per le proprie convinzioni.


Acca Larentia resta nel cuore di chi li ricorda, non come cronaca di un fatto, ma come testimonianza di un mondo che quei ragazzi hanno amato e difeso. I loro nomi — Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni — risuonano ancora tra le mura delle sedi, tra le piazze di Roma e nella coscienza di chi crede che il sacrificio non sia mai vano. Vivere nel loro ricordo significa continuare a lottare, impegnarsi e portare avanti la loro eredità di coraggio, passione e fedeltà.



 
 
 

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