Rinasci, Europa!
- Redazione

- 11 ore fa
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di Ilaria Telesca
Il 17 gennaio 1468 moriva Skanderbeg, eroe albanese che condusse le sue truppe contro la tentata occupazione della sua Patria da parte del feroce Impero Ottomano.
Il Generale dell’Albania riuscì a difendere i confini dell’Europa cristiana dall’avanzata dell’esercito islamico fino alla sua morte.
Proprio nel suo letto di morte è ambientata una leggenda secondo cui Skanderbeg chiese ad un bambino di prendere tanti pezzetti di legno e di farne un mazzo; poi sfidò i presenti riuniti accanto a lui a spezzare questo mazzo, ma nessuno riuscì nell’impresa. Fu così che il principe albanese disse al giovane di disfare il mazzo e rompere i pezzi di legno uno alla volta. Con questo gesto volle dimostrare che solo rimanendo uniti l’Europa cristiana non sarebbe mai stata “spezzata”; divisi, invece, anche un bambino avrebbe potuto condurla alla morte.
La lotta di Skanderbeg dovrebbe ricordarci chi siamo, da dove veniamo e per cosa combattiamo. Dovrebbe illuminarci soprattutto nel contesto geopolitico che stiamo attraversando, in cui la supremazia economica domina gli scenari bellici.
Si combatte per l’Idea.
Ma qual è, oggi, l’Idea? Il denaro? Il petrolio?
E cosa è successo in Venezuela? Cosa sta succedendo in Iran?
Troppe domande, risposte troppo vane.
La propaganda sulla polveriera mediorientale continua ad appannare i nostri occhi, costringendoci ad aizzare lo scontro tra tifoserie e allontanandoci dalla nostra battaglia.
Secondo la tradizione europea, se la classe dei combattenti e dei politici si fonde con quella di chi si occupa in generale di religione – gli Ayatollah, in tal caso – l’ordine sociale viene minato: dall’Impero Ottomano ad oggi, i territori islamici sono la perfetta rappresentazione di questo caos.
Il popolo iraniano è sicuramente succube delle scelte politiche di una tipica Repubblica Islamica, dove la teocrazia è indispensabile e la Sharia è legge, nonostante l’Iran sia uno dei pochi Paesi a maggioranza sciita, quindi meno fondamentalista. La rivoluzione di Khomeini, nazionalizzando le risorse petrolifere, ha reso l’Iran uno dei nemici più critici dell’idea atlantista secondo cui – e lo abbiamo visto con il Venezuela – l’oro nero è di proprietà della bandiera a stelle e strisce.
La rivolta popolare a Teheran probabilmente è un atto dovuto da parte di una società vessata da vecchie logiche fondamentaliste che nel 2026, in un mondo multipolare ed economico-centrico, stentano a resistere. Quella islamica è una religione che difficilmente riesce ad adattarsi – mantenendo saldi i princìpi spirituali - al progresso umano e scientifico. L’integralismo radicale non può essere contestualizzato proprio perché si rifà a leggi che, in quanto tali, non prendono in considerazione lo spazio-tempo; non si basa invece su valori che, al contrario, facilmente possono essere adattati al corso storico e sociale degli eventi.
C’è da sottolineare, però, che queste rivolte sono spesso delle rivoluzioni colorate, ideate e controllate da menti – ed eserciti – esterni, volte a sovvertire un modello governativo per imporne un altro, la maggior parte delle volte non compatibile con i princìpi del luogo, e non a garantire la sovranità e l’autodeterminazione.
Non a caso il Presidente degli Stati Uniti d’America sta invogliando i manifestanti a protestare sostenendo che “help is on it’s way”. L’appello al MIGA, al Make Iran Great Again, è accompagnato sul campo da forti ingerenze dei servizi segreti israeliani; Mike Pompeo, ex segretario di Stato degli USA ed ex direttore della CIA, il 2 gennaio su X augurava “buon anno a tutti gli iraniani nelle strade e a tutti gli agenti del Mossad che camminano al loro fianco”.
Tutto questo non rappresenta libertà, non rappresenta democrazia, non rappresenta indipendenza.
La rivolta di Teheran – ribadiamo, decisamente legittima per le ragioni descritte sopra – non avrà gli esiti che il popolo iraniano auspica, a meno che il popolo stesso non abbia la piena volontà di sovvertire il sistema per passare da un oppressore religioso a un oppressore economico. Legittimo anche questo, per carità, ma non credo che gli iraniani vogliano lasciare che le loro vite, ad oggi proprietà di una moschea, comincino ad appartenere al mercato.
L’Iran non ha bisogno di bombe umanitarie né di rivoluzioni arcobaleno. Il suo popolo deve ritrovare se stesso, libero dall’imposizione integralista e dal colonialismo finanziario. Non ha senso schierarsi a favore degli Ayatollah, ovviamente, perché sono l’antitesi della nostra cultura; non ha altrettanto senso, però, schierarsi con chi sta dirigendo queste rivolte, perché sono i fautori della distruzione della nostra cultura.
L’Europa é quella di Skanderbeg che lotta per l’identità. Ed é quella dei romani che esporta civiltà, non “democrazia” basata sul profitto e sulla supremazia.









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