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Dazi USA: l’Italia tra difesa degli interessi nazionali e ricerca di accordi equi

Di Marco Di Pippa

Quando un gigante economico come gli Stati Uniti decide di alzare barriere commerciali,

come dovrebbe reagire un Paese come l’Italia? Con orgoglio e fermezza o con prudenza e

diplomazia? La storia insegna che le guerre commerciali spesso non hanno vincitori, ma

solo perdenti. Eppure, di fronte alla minaccia di nuovi dazi americani su prodotti chiave del

nostro Made in Italy, la tentazione di rispondere con la stessa moneta è forte.

L’Italia, da sempre terra di commercio e diplomazia, si trova oggi davanti a un bivio:

seguire la strada dello scontro o quella della trattativa? Adam Smith, padre dell’economia

moderna, avvertiva già ne La ricchezza delle nazioni che “se due nazioni impongono

reciprocamente dazi elevati, finiscono entrambe per soffrire”. E allora, perché ripetere gli

errori del passato?

Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti valgono miliardi di euro, e settori strategici

come l’industria automobilistica rischiano di pagare il prezzo più alto. Un mercato che ha

già sofferto la crisi della transizione ecologica si troverebbe ulterio rmente penalizzato da

barriere commerciali che renderebbero i nostri veicoli meno competitivi. L’Italia non può

permettersi di rimanere spettatrice mentre il futuro dell’automotive viene deciso altrove.

Come scriveva Gabriele D’Annunzio, “Chi si ferma è perduto”, e il nostro Paese non può

permettersi di subire passivamente le scelte di Washington.

Ma non reagire significherebbe apparire deboli? Qui sta il punto: i contro -dazi non devono

essere un gesto di vendetta, bensì un messaggio di forza. “La diplomazia senza la forza è

come un’orchestra senza strumenti”, affermava Charles de Gaulle. Un’azione mirata

potrebbe servire a riequilibrare la trattativa, senza però cadere nella spirale autodistruttiva

delle ritorsioni economiche.

In questo scenario, la leadership italiana gioca un ruolo chiave. Giorgia Meloni, che ha

saputo costruire un rapporto solido con Donald Trump durante il suo primo mandato e

mantiene oggi un profilo autorevole sulla scena internazionale, può diventare il ve ro ponte

tra Europa e Stati Uniti. Se la politica europea spesso si divide tra chi teme il ritorno del

protezionismo americano e chi vorrebbe una reazione muscolare, l’Italia ha l’opportunità di

proporsi come mediatore credibile. Del resto, non è la prima volta che Roma si trova al

centro dei grandi equilibri geopolitici. La Meloni, forte del consenso nazionale e del dialogo

con Washington, ha la possibilità di trasformare questa crisi in un’opportunità: fare

dell’Italia il perno di un nuovo asse transatlantico basato sulla cooperazione e sulla difesa

degli interessi economici europei, senza scivolare nel conflitto commerciale.

La vera soluzione? Non una guerra commerciale, ma un accordo bilaterale che tuteli le

nostre imprese e il nostro mercato. Il protezionismo assoluto è una strada pericolosa, come

ci ricorda l’economista Friedrich Hayek: “Le barriere economiche non proteggon o,

soffocano”. L’Italia deve quindi farsi trovare compatta e determinata, pronta a negoziare

con fermezza, ma con l’intelligenza di chi sa che, nel commercio come in politica, il vero

vincitore è chi costruisce ponti, non chi alza muri.

 
 
 

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