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Il patriottismo dei giovani iraniani

di Alessandro Imperiali


Berlino o Piazza Tienanmen? Le proteste in Iran sono entrate nel loro terzo mese. Era il 17 settembre quando si sono tenuti i funerali di Mahsa Amini, ventiduenne iraniana arrestata, torturata e uccisa dalla Polizia etica perché indossava in maniera scomposta il velo islamico. Per inciso, scomposta vuol dire che le usciva una ciocca di capelli. Ecco, quel giorno c’è stata la prima grande protesta a livello nazionale. Decine e decine di donne senza velo hanno sfilato orgogliosamente per Teheran sbeffeggiando il regime. Dal 17 settembre i numeri, riportati da Onu e Iran Human Rights, sono questi: 342 manifestanti uccisi, 43 minori, 14mila persone arrestate e 62 giornalisti detenuti. Inoltre, secondo il regime, sarebbero morti 40 membri delle forze dell’ordine durante gli scontri. Il parlamento iraniano con 227 voti favorevoli su 290 ha anche chiesto alle autorità di adottare sentenze qisas (omicidio dell’omicidio, vale a dire la pena di morte) contro i mohareb (tradotto “nemici di Dio”). E sono già cinque i condannati a morte. Le proteste, inoltre, si stanno intensificando questo mese per ricordare i 1.500 iraniani che nel novembre 2019, il cosiddetto “novembre di sangue”, sono state uccisi perché critici verso il regime. In quell’occasione la ribellione scoppiò a causa degli aumenti del prezzo del carburante.

Nonostante il piombo che fischia, il salutare ogni mattina i propri genitori senza sapere se si tornerà a casa quella sera perché c’è un proiettile col tuo nome sopra pronto a sfracellarti la faccia, la gioventù iraniana continua la sua marcia verso la libertà. “Lotteremo e moriremo per riprenderci l’Iran” è il canto e lo slogan che si alza nei cortei. E ancora: “Azadi, Azadi, Azadi!” (Libertà, Libertà, Libertà). Prima erano solo le donne e gli universitari ad agitare le proteste ora ci sono anche i bambini. Ultimo vittima è un bambino di 10 anni di nome Kian Pirflek. Mentre tornava a casa i proiettili del regime teocratico lo hanno colpito a morte. Ciò che preoccupa di più, però, è la discesa in campo anche di uomini e operai i quali hanno bloccato con i loro scioperi mercati e fabbriche. Sono molti a essere scesi in piazza, in particolare nel Kurdistan iraniano, regione nel nord-ovest del Paese che gridano “morte al dittatore”. E ora il per il regime di Khamenei si fa dura. Una controrivoluzione contro i propri nonni. Su 84 milioni di abitanti, il 73% ha meno di 45 anni. Chi scende in piazza e guida la rivolta è la generazione nata tra il 1998 e il 2008. Non hanno conosciuto né l’epoca dello Shah di Persia, Mohammed Reza Pahlavi, né quella dell’ayatollah Khomeini. Cresciuti con il sistema educativo della repubblica islamica da un lato e internet dall’altro. Una generazione pacifica che lotta cantando e ballando in tutti i luoghi pubblici dell’Iran. Sbeffeggia i pasdaran, i guardiani della rivoluzione islamica komeinista, e i basiji, altra forza paramilitare. Si bacia in pubblico e fa cadere volontariamente i Pakol, i berretti, ai mullah. Se ne infischiano dei proiettili, delle botte e delle torture. Gesti semplici, da guasconi per una notte che sprigionano uno straordinario senso di libertà.

Non guardano con simpatia né i riformisti, né i conservatori. A differenza di quanto avvenuto nel ’79 quando i Fedayyin-e khalq, i volontari del popolo, una formazione di ispirazione marxista guidavano le proteste contro la monarchia finendo poi per venire inghiottiti dagli sciiti, siamo di fronte a una generazione ibrida senza fazioni politiche. Stufi tanto dell’Islam politico quanto delle ideologie di sinistra. Quello che chiedono è: uno Stato laico libero da autoritarismi. Per questo, scagliano la loro lotta orizzontale contro l’autorità e verticale contro i simboli: in primis il velo. Via l’hijab dai volti delle donne, proprio come era in Iran, quello che affonda le sue radici nella civiltà persiana, prima dell’avvento della Repubblica Islamica.

Il regime islamico è in difficoltà come mai prima. Le proteste contro il sistema non si erano mai prolungate per così tanto tempo. La rivolta è costante. Secondo il sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar: “Questo sistema ha fallito ovunque: nell’ecologia, in termini di sviluppo del paese, nel suo rifiuto della dignità femminile e maschile, nell’incapacità di stabilire un rapporto pacifico con il resto del mondo, e in termini di giustizia sociale (perché i ricchi del regime hanno monopolizzato i beni sociali). È diventato lo stato della repressione generalizzata, che non esita ad uccidere i suoi cittadini”. Il regime di fronte ai suoi giovani non indietreggia ma scricchiola. Più di qualcuno all’interno delle istituzioni iraniane vuole aprire un dialogo con la gioventù iraniana. L’ex presidente Khatami e l’ex capo del parlamento Ali Larijani, insieme anche a diversi ecclesiastici come Hojjatol Eslam Fazel Meybodi hanno chiesto di aprire un dialogo e criticato il regime.

Il capo del potere giudiziario Mohsen Ejei ha promesso di valutare i loro disagi.

A differenza di Budapest, Praga o Piazza Tienanmen, dove la repressione ha avuto la meglio, la gioventù di Teheran sembra vicina a ottenere ciò che vuole: la libertà. Questo perché la loro lotta è pacifica, sì, ma pronta a tutto. “Abbiamo visto morire i nostri fratelli, non ci fermeremo adesso”, recita un altro loro slogan. Alla luce di tutto ciò non resta che dire una cosa: Avanti Ragazzi dell’Iran.


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