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Il Vate. L’esteta. Il comandante.

Di Alessandra Minonne


Gabriele D’Annunzio nasce il 12 marzo del 1863, esattamente due anni dopo la dichiarazione dell’unificazione d’Italia.

Risulta complicato riassumere la sua figura, figura dal dualismo intrigante oltre che ampiamente articolato. Da un lato l’uomo-poeta, dall’altro l’uomo-soldato.

Persino egli stesso ebbe difficoltà a gestire le molteplici sfaccettature della sua grandiosità, tanto che, in un periodo della sua vita, arrivò a immergersi nel concetto di autodistruzione.

Lo fa così: "V’è in me un demone che mi spinge, che mi domina, che mi divora."

Un’icona mutilata, quella di Gabriele D’Annunzio, fortemente segnata dalla sua vicinanza al movimento fascista, che gli fa perdere l’adulazione di cui necessita.

Perché, se D’Annunzio decide di alleggerire la vita, scegliendo secondariamente l’azione politica, allora la complessità del personaggio risulta davvero difficile da elaborare.

La sua arte, in tema interventista, si esprime prima con il volo su Vienna, poi con l’impresa di Fiume.

Nella reinterpretazione letteraria ed esistenziale del Superuomo di Nietzsche, D’Annunzio non si limita a scrivere di ‘superuomini’, ma cerca di vivere come uno di loro, creando un mito di sé: l’impresa di Fiume rimane infatti uno degli episodi più teatrali e audaci della storia del Novecento.

Il suo amore per la patria diventa ardore, passione, potenza.

D’Annunzio rimane a Fiume, irremovibile. Con la sua patria. Per la sua patria.

Scrive questo, e lo manda a Mussolini: “Svegliatevi! E vergognatevi anche. Se almeno mezza Italia somigliasse ai Fiumani, avremmo il dominio del mondo. Ma Fiume non è se non una cima solitaria dell'eroismo, dove sarà dolce morire ricevendo un ultimo sorso della sua acqua.”

Da buon visionario scrive anche La Carta del Carnaro, durante la Reggenza del Carnaro, a Fiume.

E lo fa in uno stato psicologico devastato.

Il suo declino è inevitabile. Chiunque abbia letto di lui è riuscito a percepire la demoralizzazione dovuta dal decadimento dei suoi valori.

 

Seppure così lontano, D’Annunzio è assolutamente l’uomo del momento.

Piuttosto, l’uomo che servirebbe al momento.

Nell’illusione di un ricordo che solleva gli animi di chi ama la propria patria, nella speranza che i principi scuotano le menti, nel frattempo D’Annunzio, comodamente seduto nel Vittoriale, ci accarezza il viso in modo beffardo e desolato.

 
 
 

1 Comment


Bell'articolo, Bello che si parli inizialmente, soprattutto, del grande e storico Gabriele d'Annunzio

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