Geopolitical chic: torniamo al locale
- Redazione
- 18 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Di Alessandro Carchio
Per anni ci siamo persi nelle grandi manovre globali. Analisi, strategie, guerre ibride, multipolarismo. Abbiamo divorato saggi, decifrato mappe, scrutato equilibri internazionali con la presunzione di chi si sente padrone del mondo. Abbiamo pensato che comprendere la geopolitica significasse avere il controllo sul destino dell’umanità.
E invece? L’unica cosa su cui non avevamo controllo era proprio il nostro Paese.
Mentre ci perdevamo nei teatri di guerra, il palcoscenico della vita reale andava in fiamme.
L’affitto raddoppiava, gli stipendi stagnavano. Le città diventavano trappole per precari, giovani e lavoratori sfruttati; alcune prede di overtourism sfrenato, altre borghi fantasma, in cui anche i cani randagi hanno scelto di lasciare spazio allo spopolamento.
Abbiamo studiato il mondo mentre il mondo ci crollava addosso.
La geopolitica ci ha resi ciechi. Ci ha distratto. Ci ha affascinato a tal punto da diventare il fulcro totale. Ci ha fatto sentire migliori degli altri perché eravamo gli unici a interpretarla e comprenderla.
Siamo diventati dei geopolitical chic, perché con il passare del tempo è diventata una vera e propria moda. Sempre più tinte, sempre più sfumature, sempre più derive da pseudo-intellettuali.
È stata la scusa perfetta per quelli che non volevano affrontare la miseria di chi vive accanto a noi. In fondo è più comodo teorizzare sulla Battaglia delle Bottiglie nell’isola di Hans che ascoltare il vicino di casa che non riesce a pagare la bolletta. È più eroico parlare di equilibri di potere che guardare in faccia chi si spacca la schiena per meno di mille euro al mese.
Negli anni ’70 e ’80 lo studio della geopolitica era concreto e pragmatico. La lotta politica era fatta di carne e di ossa, di sangue e di sudore, di scioperi, picchetti, occupazioni. I gruppi extraparlamentari lottavano sul serio: contro la precarietà, contro la fame, contro la repressione. C’era un’idea chiara: il nemico non era un concetto astratto, ma aveva un volto e un indirizzo. E lo si combatteva.
Oggi è tutto diverso. L’emblema del distacco dalla lotta, ovviamente, è la sinistra. I partiti della lotta di classe hanno abbandonato le piazze, i quartieri popolari, le fabbriche. Hanno preferito la politica delle firme e delle petizioni, delle dichiarazioni accorate nei talk show. Hanno lasciato il popolo al suo destino. Non si sporcano più le mani. Il corpo martoriato della società li disgusta.
La sinistra è ormai solo borghese, elitaria, distante. Annusa la puzza della miseria e si tappa il naso.
E in questo vuoto siamo entrati noi, che non ci vergogniamo di stare in mezzo alla gente. Che ascoltiamo le grida di chi sta peggio, anziché annichilirci a teorizzare sulla nuova Via della Seta. Che non guardiamo il mondo dall’alto, ma lo viviamo dal basso.
La nostra formazione ci ha facilmente permesso di essere multitasking. Può sembrare banale ma, in realtà, non essere considerato un “Grande Esperto” ormai è diventato rivoluzionario. I programmi televisivi sono pieni di illuminati specialisti che riempiono i palinsesti di parlottate e sterili dottrine; i social sono pieni di caroselli sulla situazione politica serba o sugli appellativi di Milei, tutti racchiusi in tre frasi e senza alcuno sbocco di ragionamento.
Noi la geopolitica la studiamo, la viviamo, la capiamo. Ma non ne facciamo una priorità.
La destra vince perché parla la lingua della rabbia, della frustrazione, dei problemi reali.
La sinistra perde perché è la casa dei privilegiati, dei salotti, delle ZTL. Non si tratta di slogan, si tratta di verità. Chi, oggi, parla di sociale, di lotta al precariato, di diritti concreti? Non loro.
Per vincere, per essere degni di rappresentare una comunità, dobbiamo abbracciare il popolo.
Torniamo nei mercati rionali, nei condomini senza ascensore, nelle periferie abbandonate. Parliamo con chi si stanca, non con chi pontifica. Lasciamo le solite e fredde analisi geopolitiche a chi vuole ergersi a studioso miope e a chi ha tempo da perdere.
Noi torniamo a chi ogni giorno perde qualcosa.
Mentre voi continuate a giocare con il vostro Risiko, mentre vi credete strateghi nelle vostre stanze buie e solitarie, noi ci riprendiamo le strade, gremite di gente.
È con la gente che si fa politica, non solo con le mappe, i dadi e i poadcast ascoltati dentro un attico del Bosco Verticale milanese.
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